“Io, magistrato, chiedo scusa per aver ignorato i danni del correntismo e della gogna mediatica”. Parla Padalino

“Mi scuso per aver ignorato le vittime innocenti della malagiustizia: indagati e imputati, persone comuni e celebri, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza, in grado di distruggere vite e professionalità, calpestando esseri umani, rappresentati come colpevoli e messi alla berlina su giornali e media compiacenti. Mi scuso per aver creduto soltanto nel mio lavoro, ignorando un sistema correntizio che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità. Mi scuso per aver ignorato i mali e le devastazioni che un sistema fuori controllo ha fatto e continua a fare a troppe persone oneste e perbene”. A parlare è Andrea Padalino, magistrato dal 1991, in gioventù gip a Milano durante il periodo di Mani Pulite, poi diventato un noto pubblico ministero a Torino (dove ha condotto numerosi procedimenti contro la ‘ndrangheta, il terrorismo islamico e le violenze dei manifestanti No Tav). Quello che Padalino affida al Foglio, con un tono amareggiato, è un mea culpa, ma anche e soprattutto una denuncia pubblica dei mali che affliggono la magistratura e la giustizia italiana, di cui lui stesso ha finito per essere vittima. Nel 2018, infatti, Padalino venne accusato di corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio in un’inchiesta su presunti favoritismi nella procura di Torino. Dopo quattro anni di gogna mediatico-giudiziaria, Padalino è stato assolto in via definitiva da ogni accusa, anche se la vicenda ha intanto stravolto la sua vita. Anche sul piano professionale. Nonostante l’assoluzione, infatti, il Consiglio superiore della magistratura nel luglio 2024 lo ha sanzionato sul piano disciplinare con la sospensione dalle funzioni per un anno e sei mesi, e il trasferimento al tribunale dell’Aquila con funzioni di giudice civile. Innocente ma punito.

Ma partiamo dall’inizio, dalle scuse per aver ignorato i danni della malagiustizia. “Quando sono entrato in magistratura – racconta Padalino – fin dall’inizio mi è capitato in diverse occasioni di sentire persone lamentarsi di essere vittime di ingiustizie, di processi fatti male, di persecuzioni. I ritmi molto impegnativi del lavoro mi hanno spinto a ignorare queste lamentele o a minimizzarle”. “Ovviamente ero consapevole dell’esistenza di errori giudiziari. Penso al caso Tortora, su tutti. Ma ero convinto che questi errori rientrassero all’interno di un sistema che aveva una sua fisiologia, e che quindi gli errori non fossero il segno di una patologia, ma piuttosto la dimostrazione della capacità del sistema giudiziario di correggere eventuali abbagli”, prosegue Padalino. “Per questo quando sentivo le persone lamentarsi di essere vittime di malagiustizia giravo la testa dall’altra parte. Non capivo che in realtà dietro determinati errori giudiziari si cela l’utilizzo di meccanismi processuali in malafede. Questo purtroppo l’ho capito soltanto in seguito”. L’ex pm spiega che i magistrati “hanno a disposizione strumenti potentissimi, il problema è che se l’uso di questi strumenti viene piegato a un’ideologia, a un’inimicizia o a un’affermazione del proprio potere, a quel punto possono prodursi errori devastanti, che non sempre è possibile correggere”.

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