Intervista al fondatore Leandro Ungaro
Nel mondo odierno, in cui la ricerca della longevità e del benessere è al centro di molti dibattiti, emerge con forza l’esigenza di uno spazio che unisca scienza, cultura e sensibilità umana. ‘Longevity Journal’ nasce proprio da questa necessità: colmare un vuoto culturale ed informativo, offrendo una visione olistica e accessibile del benessere che non si limita alla sola ricerca di un vivere più lungo, ma abbraccia una prospettiva più ampia che coinvolge corpo, mente, ambiente e relazioni.
Leandro Ungaro, fondatore di ‘Longevity Journal’, consapevole delle sfide di un mondo sempre più disorientato dalle informazioni contraddittorie e frammentate sulla salute, ha creato una piattaforma che va oltre la superficie dei concetti di longevità e benessere. ‘Longevity Journal’ infatti non è un semplice magazine, ma un vero e proprio ecosistema culturale, un luogo dove la comprensione della salute viene trattata con chiarezza, con un linguaggio accessibile e, soprattutto, con un approccio che integra il benessere individuale con quello collettivo e planetario.
Dottor Ungaro, cosa l’ha spinta a fondare ‘Longevity Journal’ e quale vuoto culturale o informativo ha sentito l’esigenza di colmare nel panorama del benessere e della longevità?
‘Longevity Journal’ nasce da un sentimento molto preciso: la sensazione che nel panorama della salute mancasse un punto di verità, chiarezza e umanità. Viviamo in un tempo in cui siamo sommersi dalle informazioni, ma raramente accompagnati nella loro comprensione. Si parla di benessere in modo frammentato, tecnico, spesso contraddittorio. Si parla di longevità come fosse una competizione a chi arriva più lontano, quando invece la longevità, quella autentica, è un atto di equilibrio, di consapevolezza, di cura quotidiana. “Vorrei vivere meglio, ma non so da dove iniziare”, “Mi sento confuso e disorientato”. E allora ho capito che serviva un luogo nuovo. Un luogo che unisse scienza e umanità, tecnologia e sensibilità, rigore e narratività. Un luogo in cui le persone potessero capire, non solo leggere. Perché la comprensione è la forma più alta di prevenzione. ‘Longevity Journal’ è nato per restituire alla comunicazione il suo compito più nobile: prendersi cura attraverso la chiarezza. Io credo che informare significhi proteggere.
In che modo la piattaforma integra discipline diverse per offrire una visione realmente olistica della longevità, che includa esseri umani, animali e piante?
Quando si parla di longevità, il rischio più grande è ridurla a una questione biologica. Ma la longevità non è un protocollo: è una relazione. Una relazione con noi stessi, con gli altri, con gli animali che ci accompagnano, con le piante che ci sostengono, con il pianeta che ci ospita. ‘Longevity Journal’ nasce proprio per ricucire questi legami. Per riportare la persona al centro, ma senza dimenticare ciò che la circonda. Il nostro approccio è olistico nel senso più autentico del termine: vediamo la vita come un ecosistema. E un ecosistema, per definizione, integra mondi diversi che insieme creano armonia. Per questo abbiamo costruito 10 macro-categorie che non rappresentano solo contenuti, ma dieci porte d’accesso alla comprensione della vita:
• Longevity Wellness, perché il benessere non è un dettaglio, è la base del nostro equilibrio quotidiano.
• Longevity Science, per tradurre la ricerca in conoscenza comprensibile, senza filtri e senza complessità inutili.
• Longevity Travel, perché ci sono luoghi che ci guariscono e ci ricordano chi siamo.
• Longevity Economy, perché la serenità finanziaria è un capitolo della salute e non un tabù.
• Longevity Sustainability, perché non possiamo parlare di salute dell’uomo senza parlare della salute del pianeta.
• Longevity Tech, perché la tecnologia può essere un immenso alleato se resta al servizio dell’essere umano.
• Longevity Junior, perché educare un bambino alla prevenzione significa regalargli anni di vita.
• Longevity Donna, perché il mondo femminile non è un segmento: è una colonna portante della società.
• Longevity Nutrition, perché il cibo è memoria, identità e prevenzione.
• Longevity Pet, perché gli animali non sono compagni: sono cura emotiva, sono presenza, sono famiglia.
Ogni categoria è un pezzo di vita che si incastra con le altre. ‘Longevity Journal’ integra discipline diverse perché la vita è interdisciplinare per natura. E noi vogliamo raccontarla così: vera, complessa, semplice, accessibile, e sempre profondamente umana. Il nostro compito è unire i puntini. Mostrare che tutto è collegato. Che il benessere dell’uomo passa dal benessere della Terra, degli animali, delle comunità. E che quando iniziamo a vedere le cose come un insieme, cambia tutto: il modo in cui viviamo, in cui respiriamo, in cui scegliamo. La longevità è un’orchestra. E noi, con ‘Longevity Journal’, cerchiamo di accordare gli strumenti.
Quali sono, secondo lei, le pratiche sostenibili più semplici ma al tempo stesso più trasformative che ognuno di noi può adottare per migliorare il proprio benessere insieme a quello del pianeta?
Io credo che le pratiche davvero trasformative siano quelle che partono dalla semplicità. Le rivoluzioni, nella vita come nella salute, raramente nascono da grandi gesti: spesso iniziano dal modo in cui abitiamo le nostre giornate. La prima pratica sostenibile è imparare a rallentare. Viviamo in un tempo che corre, che consuma, che chiede sempre qualcosa in più. Ma il nostro corpo, la nostra mente e perfino il pianeta hanno un ritmo diverso, più lento, più naturale. La seconda pratica è ridurre gli sprechi, non solo materiali ma anche emotivi. Sprecare meno acqua, meno plastica, meno energia è importante, certo. Ma anche sprecare meno rabbia, meno conflitti inutili, meno parole che feriscono. C’è un legame profondo tra il nostro equilibrio interiore e l’equilibrio della Terra: quando siamo più in pace, consumiamo meno; quando siamo più presenti, distruggiamo meno.
La terza pratica riguarda il rapporto con il cibo. Mangiare non è solo nutrizione: è cultura, identità, prevenzione. La quarta pratica, che spesso non si collega immediatamente al tema ambientale, è coltivare relazioni sane. Perché una società che vive bene è una società che si prende cura. La quinta pratica è imparare, educarsi, informarsi. La conoscenza è la radice di ogni trasformazione. Quando comprendiamo davvero che il nostro gesto quotidiano ha un impatto reale sul pianeta, quel gesto cambia automaticamente. Per questo credo nella divulgazione: perché rende tutti più consapevoli, e la consapevolezza è già sostenibilità.
Infine, una pratica che considero fondamentale è la gentilezza. La gentilezza verso il pianeta, verso gli animali, verso chi abbiamo accanto, verso noi stessi. È un atto semplice, ma potente. Ha un effetto a catena, crea cultura, crea connessione, crea equilibrio.
Come descriverebbe l’interconnessione tra salute individuale e salute dell’ecosistema, e perché ritiene fondamentale che i lettori ne diventino consapevoli?
L’interconnessione tra la nostra salute e quella del pianeta è molto semplice da spiegare: se si ammala la Terra, inevitabilmente ci ammaliamo anche noi. E se la Terra guarisce, anche noi stiamo meglio. L’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, la qualità del cibo, il benessere degli animali, la biodiversità delle piante, la serenità dei luoghi che abitiamo… tutto questo incide direttamente sul nostro sistema immunitario, sul nostro equilibrio emotivo, sulle nostre relazioni, perfino sulla nostra capacità di pensare con lucidità. Siamo organismi viventi dentro un organismo vivente più grande di noi. E questo legame è biologico, psicologico, emotivo e spirituale allo stesso tempo. È fondamentale che le persone ne diventino consapevoli perché solo la consapevolezza genera responsabilità. E la responsabilità è la forma più alta di prevenzione. Quando comprendiamo davvero che ogni nostra scelta ha un impatto, dalla plastica che evitiamo al cibo che scegliamo, dal modo in cui ci muoviamo al modo in cui ci relazioniamo, quel gesto non è più banale: diventa un atto di cura, un messaggio, una dichiarazione di appartenenza. La verità è che la salute non è mai solo individuale. È sempre collettiva. È sempre condivisa. Ed è sempre fragile, se non la proteggiamo insieme.
Qual è la direzione futura che immagina per ‘Longevity Journal’: quali nuovi progetti o iniziative vorrebbe sviluppare per ampliare l’impatto della piattaforma sul tema della longevità olistica?
‘Longevity Journal’ è nato come un progetto editoriale, ma oggi è già qualcosa di più: è un movimento culturale. È una comunità che cresce attraverso valori condivisi: consapevolezza, prevenzione, sostenibilità, gentilezza, responsabilità individuale e collettiva. Il futuro che immagino è un futuro in cui ‘Longevity Journal’ diventa un punto di riferimento internazionale per chiunque desideri capire, imparare e migliorare la propria qualità di vita, e allo stesso tempo contribuire al benessere del pianeta. La prima direzione sarà quella educativa. Credo che la longevità sia prima di tutto un fatto culturale. Per questo voglio sviluppare percorsi formativi per scuole, famiglie e professionisti: perché la prevenzione non si fa a 50 anni, ma a 10, a 15, a 20. Educare significa regalare anni di vita. La seconda direzione sarà sociale e inclusiva. ‘Longevity Journal’ deve essere un luogo in cui tutti si sentono rappresentati: giovani, donne, uomini, anziani, persone con fragilità, con disabilità, con percorsi difficili alle spalle. Un luogo che non lascia indietro nessuno. Un luogo dove anche chi non ha voce può trovarla.
Fonte: Health Online






